Testi e Fonti di ispirazione/ Formazione

Leggere e guardare immagini, come una necessità naturale, mi hanno inevitabilmente formato.

Credo che anche nella scelta delle fonti, vengano alla luce la natura delle risposte che ho sempre cercato per appagare il mio bisogno di capire, trasformare, creare.

Fra i primi testi, suggeritomi da un insegnante in Accademia di Belle Arti, un testo di Rudolph Arnheim  ” Toward a psycology of art ”

Un testo molto denso, che analizza i processi della percezione e di come essa finisca per strutturare la nostra maniera di ri-creare il mondo nelle rappresentazioni che ne facciamo in pittura, fotografia, disegno.

Mi ricordo lo lessi in inglese, dopo…averlo rubato..in una libreria olandese.

Avevo 17 anni…e stavo facendo un inter-rail.

Spero di avere rubato da quelle parole piu insegnamenti di quanto il mio gesto…( ok…non andava fatto ) abbia potuto nuocere alla libreria derubata.

In compenso quando ho acquistato la copia in italiano , me lo ha fregato una mia amica. Pari e patta.

ARNOLD HAUSER ” Storia sociale dell’arte ”


Quando ero al Liceo studiavamo il testo di  Argan ” storia dell’arte italiana”.

Per certi tratti mi piaceva, ma a volte volava troppo alto. Mi ricordo ancora la sua descrizione di spazio empirico e spazio storico, per sottolineare le differenze fra Paolo della Francesca e un altro artista di quel periodo.

Ma non parlava mai delle ragioni pratiche che portavano a commissionare certe opere, al realizzarle in una determinata maniera.. tutte ragioni che avevano a che fare piu con il mercato , la committenza, le motivazioni politiche e propagandistiche del committente, che con quelle strettamente artistiche dell’artista di turno.

Beh, l’Hauser…sembrava invece andare al punto, ricordandomi che le dimensioni dei quadri dipendevano dalle necessita della committenza, e che tante pale di altare i pittori non le avrebbero dipinte, se il committente piu danaroso non fosse stato la chiesa. E che anche i primitivi, non facevano graffiti per sopperire ad un bisogno espressivo dellindividuo, ma per invocare gli dei, ingraziarsi il cielo perchè piovesse, o stimolare la tribu alla caccia.

MILES DAVIS

Cosa c’entra Miles Davis ?

Quando l ho scoperto, ascoltando radio rai 3…a notte fonda, non capivo una beatissima cippa di quello che stava combinando. Parlo del Miles Davis quintet dal 63 al 67.. Meno capivo, piu dovevo ascoltarlo.

Beh Davis, mi ha insegnato che la tecnica è sempre al servizio della musica, del senso, della comunicazione.

Non cancellava registrazioni con suoi errori..metteva costantemente i suoi collaboratori a disagio, proprio per fargli percorrere strade che non avevano ancora esplorato, cercava di scardinare le certezze proprie e altrui nel tentativo di esprimere qualcosa di sottile e potente al tempo stesso.

Ed era molto abile nello scegliere i collaboratori.Li usava come colori di una tavolozza, per comporre quadri dei quali a volte, non diceva nemmeno il titolo..agli altri musicisti.

Creava il vuoto, l’attesa di qualcosa che solo l’intuito e la sensibilitò dei musicisti potevano riempire di note, timbri, ritmi pertinenti.


Temo di non aver finito.

Ne con i testi ne con altre fonti di ispirazione, allora per ora aggiungo qualche fotografo che specialmente agli inizi mi ha ..indotto..a fotografare.

Bill Brand…con i suoi volumi debordanti ed i suoi studi di nudo con il grandangolo

Arnold Newman, famoso ritrattista,mi piaceva per la sua perizia nel comporre magistralmente gli spazi.

Robert Mapplethorpe, un classico, sembra strano a dirlo dato i soggetti che prediligeva…ma i suoi B/N mi facevano impazzire.

Horst.P.Horst…preparava lo studio un giorno prima di realizzare le riprese e..non aveva una macchina fotografica di proprietà.

Albert Watson.Fra i fotografi di moda mi sembrava quello meno vezzoso, quello piu naturale.

Magari piu in là aggiornero la lista



Perchè fotografiamo..compulsivamente?

Mi sono posto questa domanda piu volte, e quando ho cercato di darmi una risposta, ho pensato a quali bisogni, umani, risponda il fotografare.

Credo che fotografare , prima di essere tecnica. mestiere o linguaggio, risponda a bisogni dell’essere umano.

Un bisogno di tutti gli esseri umani. Che lo facciano di professione o meno, che lo considerino un arte o un passatempo, che gli vogliano riconoscere un “valore” o che semplicemente ed inevitabilmente si ritrovino a farlo.

Mi sono fatto un elenco di questi bisogni.

E la velocità e immediatezza con la quale il fotografare soddisfa questi bisogni,  porta alla dipendenza.

Credo che molti ne siano, piu o meno consapevolmente, dipendenti.

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1 ) BISOGNO DI PRENDERE / Take a photo

Fotografando afferiamo il mondo, tutto quello che ci troviamo davanti.

Facilmente, senza chiedere permesso, senza dovere nemmeno dovere interagire con questo mondo. Non necessariamente.

Afferriamo..la torre Eiffel, ( ..l’hai presa la torre Eiffel ..? ) prendiamo ( la foto ) dell’aperitivo del viso di chi ci si para davanti, del nostro stesso viso..( selfie.).

Da piccoli…millenni fà.. ricorrevamo al pollice prensile per afferrare il mondo   ora utilizziamo gli occhi per afferarlo.

Gli occhi, sostituiscono il pollice prensile, per “usare” il mondo a nostro compiacimento.

2) BISOGNO DITRASFORMARE

Gia l’atto in se del fotografare cambia la realta, trasponendola in un immagine fotografica che obbiettivi e sensori, alterano.Automaticamente.Che ne sia consapevoli o meno.

Con la postproduzione inoltre possiamo trasformare quella parvenza di realtà alterando ancora piu incisivamente forme, colori, contrasti….

Incominciamo a pensare, manipolando le immagini, di essere,,”autori.”

L’uso intensivo di software dedicato alla postproduzione delle immagini, sopperisce a quella necessità, ripeto, umana prima che artistica , di manipolare il  mondo, di lasciare un segno, di fare dimenticare quell’automatismo impersonale che il gesto fotografico, in parte, conserva.

3)  BISOGNO DI MOLTIPLICARE

Naturalmente possiamo moltiplicare all’infinito queste immagini che abbiamo..creato, copiandole in Hardisk, stampandole serialmente.

Catalogandole per nome, data, tema…valore, mood

Collezionandole per categoria, diamo ordine a quell’infinito flusso di immagini che ci confonde.

4) BISOGNO DI CONDIVIDERE

Ora che abbiamo scattato, preso il mondo, lo abbiamo modificato, alterato per darli la “nostra impronta” ..catalogato, colleionato, vogliamo pure condividerla.

Vogliamo che le ” nostre” immagini si immettano nel flusso di tutte le altre.

Ora piu che mai.Fb, Instagram, mettono a disposizione di tutti, gli strumenti per condividere che un tempo erano riservati a chi era stato capace di dare valore al proprio operato, gli artisti, e che vedevano le loro opere riprodotte in libri, magazine, mostre…

Una valanga di immagini di aperitivi, selfie, panorami celestiali ( mentre tu sei al pc ..magari, senza aria condizionata..) splendide ragazze in costume , concerti imperdibili ( e ma tu..dovevi finire la tesina..) affollano i nostri schermi.

A volte non c’è nemmeno il testo.

Le immagini sono piu potenti delle parole, e nella loro ambivalenza, millantano un retrogusto di realtà.

5) BISOGNO DI AUTOAFFERMAZIONE

Quando fotografiamo noi siamo “soggetti”…e chi/cosa viene fotografato è “oggetto”.del nostro sguardo.

Io vedo, io scatto, io scelgo. Chi, cosa, quando.

Fotografare comporta una scelta, soggettiva, che si impone all’oggetto/persona fotografata.

Basta avere una macchina fotografica in mano ed il nostro ruolo cambia.

Scrutiamo il mondo ed il nostro ego, si dice da solo…che possiamo, prendere, moltiplicare, trasformare, condividere, oggettivare.

Volontà di potenza, direbbe un filosofo. Concordo.

Non per niente leggo di incessanti e per certi versi risibili discussioni su CHI possa dirsi fotografo e chi no. Su CHI possa fregiarsi di questo appellativo e chi millanti un ruolo che non gli appartiene.

Siamo tutti fotografi.Perche il fotografare risponde a necessità umane.

Poi, c’è chi lo fa con mestiere , consapevolezza, e chi molto semplicemente lo sta imparando, con risultati diversi.E oggi credo si fotografi mediamente molto meglio di come si fotografava tempo fà.

La differenza è che ora abbiamo accesso a tutte queste foto, belle o brutte, mentre prima, giacevano nei cassetti.

Fb quanto meno ci ha risparmiato la serata con le diapositive delle vacanze.

Son soddisfazioni.

6) BISOGNO DI POSSEDERE LA TECNICA ED I SUOI STRUMENTI

Quanche settimana fà….Prometeo..invento il fuoco, metafora della tecnica, per dare agli uomini uno strumento per difendersi dagli dei e dagli eventi.

Oggi quella tecnica, prende fra le altre, le forme di una macchina fotografica il cui solo possesso gratifica i piu. E che sia bella grossa !! Che i suoi numeri ( siamo sempre nell’ambito della tecnica ) quelli dei megapixel del sensore, o degli asa disponibili, o della capacita della scheda di memoria, siano i piu elevati possibile.Volonta di potenza…

La macchina fotografica è vissuta come un arma, lo strumento che rende possibile soddisfare i bisogni di cui parliamo.

A volte il possesso di questa..arma impropria, non è accompagnato da pari abilità nel gestirla e finisce per sopperire fittizziamente, con il solo possesso, con il solo acquisto, ad un bisogno diverso, ma piu difficile da interpretare.

Comprare è piu facile che imparare un linguaggio.

E una volta imparato il linguaggio, bisogna avere anche qualcosa da dire.

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Ma siamo ancora nel regno dell’hardware, della contingenza fisica.

Quando in realta fotografando, creiamo immagini E Le immagini sono lo strumento indispensabile del pensiero, come Aristotele ricordava a Platone che le immagini aveva in gran dispetto temendone la potenza e volendole abolire per sottoporle al dominio delle idee e delle parole che le de-finiscono.

Le idee, Aristotele ribatteva a Platone, non sono altro che immagini.

Le immagini sono epifanie del pensiero. Software, non hardware.

E quando fotografiamo la..torre Eiffel, la nostra compagna, i nostri nachos dell’aperitivo…le spiagge affollate, le architetture che ci affascinano, non stiamo solo prendendo, moltiplicando, trasformando, condividendo delle foto ma l’IDEA che noi ci siamo fatti di quelle cose. E chi vedra quelle immagini, cambiera la sua IDEA di quella spiaggia di quella persona , di quel nachos.. e dei nipotini del tuo amico…

Software. Quando abbiamo a che fare con le immagini, stiamo manipolando con dell’hardware ( fotocamera, obbiettivi…) il software, le idee.

Fotografando, possiamo manipolare l’idea che noi stessi ci facciamo del mondo.Cambiando anche quella degli altri.

Per questo Platone temeva le immagini.Perche cambiano le idee che ci facciamo del mondo piu delle parole.

Per questo vengono utilizzate dalla pubblicità , dalla politica, dalla propaganda.

E sono le prime ad essere combattute, censurate, eliminate, da chi voglia imporre un idea, politica, religiosa, o anche solo di se stesso ( Berlusconi, come anche attori o altri politici, controllano tutte le immagini di se che vengono veicolate, e lo facciamo anche noi, tutti, chi piu chi meno..)

Perche le immagini sono potenti e ci fa sentire potenti crearle, manipolarle..condividerle…combatterle, eliminarle, censurarle.

Inoltre.Le immagini fotografiche ci illudono di rappresentare la realta, millantando un obbiettività, che gli appartiene solo in parte.

Credo di non avere finito..questo è solo una parte di alcune mie riflessioni sulle immagini, e non solo fotografiche.

Mi farebbe piacere , qualora qualcuno ne avesse voglia , conoscere il vostro rapporto con le immagini. Mi sarebbe utile.

Anche perchè preferisco il dialogo al monologo.

Che è la stessa ragione per la quale faccio ritratti





.

Cosa cerco nelle immagini che creo? Cosa nello sguardo o nella composizione, scelta dell’ambientazione, posizioni della modella?

Credo che le risposte , almeno le mie, non abbiano a che fare con la fotografia, che è solo ed esclusivamente uno strumento, ma in bisogni miei personali, umani, molto prima che artistici che grazie alla fotografia vengono alla luce.

La luce di cui necessita la fotografia non è quella che serve ad illuminare il soggetto..quella è tecnica.Solo tecnica, strumento.

Piuttosto necessita della luce necessaria a leggere e capire cosa intimamente voglio rappresentare per mezzo della fotografia.

Guardare fuori, traguardare il mondo per mezzo del mirino fotografico è una incessante domanda personale, un processo che consente di scandagliare non l’esterno , ma l’interno.

continua….a presto.


A Portrait Experience..prima tappa Torre a Mare, presso la Torre Pelosa

A fine Giugno , dopo svariati shootings, abbiamo deciso di esporre i primi lavori di un progetto sul Ritratto , la bellezza e la femminilità.

Gli shooting, frutto della collaborazione con Sebastiano Difino hairdresser, Lara Pellicano, Ilaria Morelli, Roberta Di Liddo make-up artists e la preziosa collaborazione di Maria Carmen Martorana che ha curato il model management, sono il primo step di un percorso finalizzato alla realizzazione di un libro fotografico.

Laura Dipierro Couture ha gentilmente prestato le sue creazioni per alcuni scatti.

..Sebastiano Difino sx e me, con qualche stampa alle nostre spalle.

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19 le Stampe esposte in formato 1 / 1,20 mt negli spazi  luminosi ed essenziali della Torre Pelosa a Torre a Mare.



Naturalmente quando abbiamo visto il nostro manifesto 3/6 mt, eravamo molto emozionati.

Sebastiano ride perchè sà… di rovinare il cartellone…

Oriana, una delle protagoniste degli shooting,  si è pure commossa…perche le abbiamo dedicato una frase che la sua foto ci aveva suggerito…” Vestita di un sorriso, sconvolse tutti i miei piani “.

Ora ci stiamo apprestando agli shooting per la prossima stagione, e naturalmente cerchiamo modelle e stilisti per le future collaborazioni.

Se ne vuoi sapere di piu


Ekaterina Shooting 1. Cosa è successo ?

Qualche anno fa in occasione di un viaggio a Parigi decisi di organizzare qualche shooting.

Prima di partire contattai delle modelle per chiedere la loro disponibilità. e la prima ad accettare fu Ekaterina.Nel suo portfolio, c’era una sola foto.Ma quella foto , per me era gia abbastanza per immaginare che sarebbe stato uno shooting dei migliori.

Nonostante ciò, le chiesi di mandarmene altre per meglio capire come lavorare e che tipo di shooting fare.

Cerco sempre di studiarmi le foto delle persone che fotograferò per raccogliere suggerimenti e intuizioni su chi avro davanti , quali sono le caratteristiche fisiche e caratteriali con le quali lavorare.Forse è una delle fasi piu importanti, ascoltare , capire, intuire quali sono le corde che mi converrà far risuonare.

Beh, la sua risposta fu fulminante.

” Se vuoi”  mi scrisse, ” te le mando, ma dal vivo  capirai meglio chi hai la possibilità di fotografare”.Forse non erano queste letteralmente le sue parole, ma il senso, decisamente, si.

Colpito e affondato…quasi.

Tanta sicurezza e consapevolezza del proprio ..appeal, mi era raramente capitato di incontrare.E nel modo in cui lo scrisse, non c’era nemmeno la tracotanza, ma una serena consapevolezza del proprio fascino.

Le risposi che non c’era bisogno di mandarle, sapevo gia che sarebbe stato uno shooting ben riuscito.


L’appuntamento era sul ponte Luigi XV, quello monumentale, vicino a Les Invalides.

L’avevo scelto perchè per lo shooting cercavo 1 ) un posto all’ombra, avremmo scattato sotto il ponte, proprio dove pioveva luce naturale e morbida di rimbalzo. 2 ) la larghezza del ponte mi dava sufficente profonditò ed uno sfondo scuro, ottimo per fare risaltare l’incarnato 3) In caso di pioggia, essendo il tempo abbastanza variabile a Parigi, non avremmo dovuto interrompere lo shooting.

Insomma, quando ci incontriamo, mi trovo davanti uno scricciolo.

 Sorridente, vitale, ma sopratutto di un’eleganza…imbarazzante.


Ma non è questo il punto.

Quanto accadde durante lo shooting, mi colpi particolarmente.



Di solito inizio gli shooting di ritratto con dei piani stretti, gli headshot.

In assoluta mancanza di movimento della modella.

Meglio se c’è silenzio.

Quando mi chiedono cosa devono fare il piu delle volte rispondo..” nulla.

guarda in camera. Sempre.”

Perfettamente in asse con la camera.E’ come fosse un duello.

Nulla deve accadere se non l’incontro di due sguardi.

Nel tentativo di annullare quello spazio che ci separa, di riempirlo di un dialogo, silente.

Beh, ad un certo punto ha chiuso gli occhi e ha cominciato ad  inclinare la testa, facendola ondulare sul collo, per poi riaprire gli occhi dopo avere inspirato profondamente.

Sorrideva sgranando gli occhi, per poi subitaneamente strizzarli con uno sguardo

che sapeva di essere accattivante.

Il tutto con lentezza, misura e garbo.Niente di eccessivo, 

Non cambiava espressione.Quella era solo la conseguenza.

Viveva, pensava delle situazioni, le immaginava, tanto profondamente che il suo viso si conformava ai suoi pensieri.


Non vorrei aggiungere altro.

Le immagini parlano da se.

Queste foto non sono state editate, tranne una.



We are images

images are what we are made of..

Fummo fatti..racconta la Bibbia a immagine e somiglianza…di qualcosa, qualcuno.

Il nostro stesso costituirsi, nascere, essere pensati dal “creatore”, avviene in forza di un immagine, alla quale fare riferimento

Noi stessi ora, creando immagini, restituiamo l’immagine che ci siamo fatti del mondo, pensandolo.

Non prendiamo immagini, fotografando ma..le diamo.

Lo diceva giustamente in una conferenza per Vogue anche Paolo Roversi, del quale  consiglio vivamente di conoscere la produzione fotografica.

Diamo, fotografando, l’immagine che ci siamo fatti del mondo.

E quando abbiamo a che fare con le immagini è con il pensiero che dobbiamo fare i conti.

Le immagini sono epifanie del pensiero.

Il fotografare è concettuale nella sua prima istanza.

In assenza di immagini non possiamo pensare.

E senza pensare non saremmo, uomini.

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